lunedì 15 settembre 2008

GUARDANDO IL CIELO CON QUALCOSA CHE TI CAMMINA DENTRO LA CAPPELLA

Roberto Maroni. Roberto Maroni è quel qualcosa che guarda il cielo e si recita in cuore: "Chissà se me la posso fare da dietro". Roberto Maroni, visto in questo schieramento di governo, è come una parentesi vuota in un assembramento di equivoci. Dico questo, perché sono stufo di essere prosaico. Ho finito le associazioni volgari. Sono disidratato. O almeno lo ero.
Fino a poco fa.
Poco fa, purtroppo in ritardo, ho scoperto dell' ordinanza nazionale di Maroni che autorizza i sindaci a multare i barboni.
E lì ho visto Dio. Finalmente. Quando si è bambini, ci si crea un mondo fantastico. Le nostre fantasie sono talmente carnali, che quando si realizzano ci inondiamo di stupore:

Bambino vede un fiore. "Oh! Un' astronave". Bambino strappa il fiore e fa un rumore irritante con la bocca. (Lo colpisco sulla terza vertebra con uno zaino da campeggio pieno di granito).

Io da bambino a volte mi immaginavo episodi fantastici in cui la realtà si ribaltava, e diventava un gioco allo stupore. Praticamente, mi drogavo col cervello. Allora.
Immaginavo che il vecchio che faceva jogging inizasse contemporaneamente a cantare rainin' blood degli Slayer e a scorreggiare. Mi immaginavo che il pechinese della signora di sotto starnutisse al contrario e si succhiasse gli occhi dentro il cranio. Mi immaginavo di incontrare mia bisnonna morta e dirle che puzzava di più prima.
Non succedeva quasi mai davvero. Ma le volte che succedeva, quelle davano un senso mistico al tutto. E devo ringraziare Roberto Maroni per questo. Multare i barboni. Me l' ero immaginato. Mi era immaginato tante volte questa scena:

Barbone: "Fate la carità, vi prego. Ho tre figli ciechi, una moglie con i testicoli sul petto e un gatto bulimico. Ho fame".
Signora grassa: "O poverino. Tieni un buono pasto per McDonald's.
Barbone: "Va' via puttana".
(Arriva un poliziotto)
Barbone: Signor poliziotto, ha due spicci?
Poliziotto: Patente e libretto!
Barbone: ...
Poliziotto: Lei sta commettendo un reato.
Barbone: ...
Poliziotto: Si rifuta di esibire un documento?
Barbone: ...
Poliziotto: ...
Barbone: Provi a girarsi dall' altra parte, poi si rigiri.
Poliziotto (lo fa): E allora?
Barbone: Niente? Ehm..ok...Beh, ecco... io sono un barbone. In quanto tale, sono impossibilitato a fornirle dei documenti, poiché non li posseggo. Capisce?
Poliziotto: Sono 35 euro. Paga contestualmente?
Barbone: ...
Poliziotto: E' accattonaggio. 35 euro.
Barbone: ...
Poliziotto: Non vuole pagare contestualmente? Mi dia il suo indirizzo di residenza. Gliela spediremo lì maggiorata di 24 + 3 euro per le spese di recapito.
Barbone: ...
Poliziotto: Su, che non ho tutto il giorno.
Barbone: (Si commuove).

Roberto Maroni ha reso tutto questo possibile. Davvero.
Grazie.
Grazie, Roberto.

10 commenti:

Luca ha detto...

Anche io!!!

Anonimo ha detto...

Ma sa Sor Woland che questo post lo trovo proprio un bel post?
a parte per i testicoli sul petto della moglie del barbone (che son tristissimi)
a parte anche per l'immagine del pechinese...
vabbeh dai a parte anche per Maroni
Capitana

Woland ha detto...

Grazie, Capitana.
Escludendo quello che ti ha infuso diffidenza e disgusto, resto solo io.
Imperador de 'l doloroso regno.
Io, e l' umiltà che mi contraddistingue.

Anonimo ha detto...

:-)

Guiro Karelias ha detto...

Ma stai a vedere che questi hanno il gusto del grottesco e dell'ironia e non ce ne eravamo accorti? non l'avevo mai considerata sotto questo aspetto, vado a respirare i vapori della trielina provenienti dalla lavanderia di mio cugino per approfondire il concetto e poi eventualmente vi farò sapere

Guiro Karelias

Guiro Karelias

Woland ha detto...

Non hanno il gusto del grottesco. E' solo che non sanno la differenza.

Bodaliatantum ha detto...

"Roberto Maroni. Roberto Maroni è quel qualcosa che guarda il cielo e si recita in cuore: "Chissà se me la posso fare da dietro"."
questa frase vale tutto il blog. ma già... dimenticavo che tu a me non rispondi. indipercui ti farò fare la figura dell'ignorante perchè chi tace acconsente: "Flà è vero che l'irpinia è in venzuela e bolle a 40 gradi?"

Woland ha detto...

Ma scherzavo. Figurati se non ti rispondo. E poi una persona saggia come me, come potrebbe non rispondere a una provocazione?

L' Irpinia è in Irpinia.
L' acqua bolle solo dove il dente duole.

Che ci voleva?

Scrivi tutto quello che ti viene in testa e commenta pure. Risponderò in incognito (con una vocina camuffata da un fazzoletto e l' accento di catanzaro).

Anonimo ha detto...

caro Woland, ti invio un mio racconto che non c'entra assolutamente un cazzo col tema in questione e col livello satirico del blog. Uno squarcio allotrio, una specie di intrusione. Spero susciti insulti e polemiche contumeliose. Del tipo:ma che cazzo è? ma che vole co' sta robba!E poi chi è che scrive?

LA VISITA


Isabelle era diventata in poco tempo una buona amica dei miei; veniva anche due volte a settimana a far visita a mia madre, ai miei cugini più piccoli e al vecchio nonno, molto malandato ma ancora in forze per ricevere ospiti. Col passare dei mesi mi rendevo conto che le visite di Isabelle erano concepite sempre più in funzione del nonno. E così, le lunghe conversazioni coi miei cugini si trasformarono in un buffetto al più piccolo e in una parolina veloce al più grande. I discorsi impegnativi con mia madre si andavano diradando sempre più in battute occasionali, quasi balbettate. Isabelle beveva la sua abituale tazza di tè, insieme a noi, con sempre maggiore avidità, accorciando ogni volta di più il tempo sospeso nel quale prima amava sostare, inumidendosi le gote con gli anelli di vapore e gettandomi occhiate furtive. Da un certo momento in poi, superata la soglia al di sotto della quale sarebbe apparsa scortese, appena bevuto il tè, si alzava e chiedeva di far visita al nonno, lì nello studio in fondo alla vetrata. Talvolta lo faceva alzare dalla sua poltrona, coperta da un drappo rosso di chiffon, e gli faceva fare un piccolo giro intorno alla stanza, così da poterlo scuotere dalla sua muta malinconia. Altre volte, di nascosto, gli allungava due o tre cioccolatini al liquore, presi da una scatola colorata che rapidamente faceva sparire. Andavano molto d’accordo Isabelle e il nonno anche se in realtà non si conoscevano. Quando le chiedevo, un po’ incuriosito, cosa si fossero detti per tutto quel tempo lei ripeteva sempre le stesse parole: gli ho fatto un po’ di compagnia e l’ho fatto alzare. Isabelle entrava da sola a fargli visita, il nonno non sopportava le feste che si riservano ai malati, con quei bambini scorrazzanti. Un giorno, preso da un’astratta curiosità per l’eccessiva predilezione di Isabelle verso il nonno malato, uscii fuori nel giardino e mi misi a osservare dalle finestre la scena che nella stanza chiusa vedeva coinvolti Isabelle e il nonno. Vidi che, dopo i convenevoli e l’abituale giro nello studio fatto con più lentezza del solito (il nonno peggiorava a vista d’occhio), lei, sedutasi quasi di fronte a lui, garantendogli lo spazio per distendere le lunghe e magrissime gambe, cominciò a lacrimare, senza parlare e senza tremare, ma continuamente. Piangeva mentre lo osservava. Il nonno, ex comandante, fascinoso e solenne nei modi anche in queste ultime settimane di vita, aveva perso da alcuni mesi la voce per una malattia che lo aveva attaccato alle corde vocali. Era diventato afasico, quasi muto.
Avevo pensato, fino a quel momento, che durante le visite Isabelle parlasse e il nonno annuisse, o dicesse qualche parola smozzicata: così faceva con noi, e così supponevo avvenisse anche con lei. E invece entrambi erano in silenzio, in una contemplazione remota, eppure vicinissima. Ma ciò che più mi rese stupefatto è stato vedere anche il nonno mettersi a piangere, con lentezza, ma senza smettere: immerso nella sua poltrona rossa, con quella vestaglia verde e azzurra, come una vecchia divisa, ingentilito nei tratti da quella presenza, così cara e così inspiegabile, anche il nonno piangeva.
Erano degli sconosciuti che si guardavano e piangevano: il nonno, ammutolito dalla malattia e dalla vergogna di emettere parole incomprensibili, piangeva di fronte alle lacrime di Isabelle, resa muta da una ancor più crudele malattia: sentire sul suo corpo l’indecifrabile sguardo amoroso di un uomo ignoto e prossimo alla fine.
Lei non sapeva quasi nulla della vita del vecchio nonno, ormai entrata nella penombra della fine, e in ogni caso nulla che provenisse da lui.
Ebbi l’impudenza di osservarli altre volte, e ad ogni visita veniva messo in scena lo stesso rituale, con qualche piccola variazione: le arance al posto dei cioccolatini, una carezza più prolungata, un sorriso appena abbozzato nel momento del congedo per ricomporsi e far finta di niente.
Mai avrei potuto chiedere delle spiegazioni a Isabelle, perché troppo grave era la vergogna per averli spiati. Il nonno, da par suo, era convinto di esercitare ancora un legittimo potere di seduzione, anche in quelle condizioni, senza voce, magrissimo, barcollante. Avrebbe potuto bruciarmi con uno sguardo di riprovazione se avessi fatto delle velate allusioni alle visite di Isabelle.
Del resto Isabelle non era la mia fidanzata, ma solo un’amica, piovuta da un mondo così diverso dal mio, e destinata a fuggire dalla mia vita proprio alcuni mesi dopo la morte del vecchio nonno Augusto.

Woland ha detto...

Direi che è una procedura inusuale, ma non disedegno affatto le procedure inusuali. Tant' è che il racconto è interessante, un po' in punta di penna, un po' riparato e timido. Non è un genere che mi magnetizza, però lo "sguardo" è interessante.