mercoledì 21 aprile 2010

Saturno Contro le Fate Ignoranti Contro Maciste

Trama:
Irene Ravelli è una cinica donna d'affari che ha ereditato dal padre un pacco di marlboro light che invece di farsi fumare ti danno la scossa. Per i suoi affari edilizi ottiene il dissequestro dell'antico anal intruder di famiglia dove un tempo viveva la madre. Irene scopre che una delle stanze, abitate un tempo da Cesara Buonamici, è rimasta intatta come se la donna ci scorreggiasse ancora dentro. L'incontro con una bizzarra bambina di nome Falstaff, le cui grandi labbra sanno suonare a nacchera tutto il Bolero di Ravel, la porterà ad entrare in contatto con una realtà a lei sconosciuta, caratterizzata da una estrema tendenza a pronunciare tutte le lettere dell'alfabeto come se ci si attendesse sempre un'esplosione immediatamente dopo; questo genera in Irene un profondo conflitto interiore che la porta ad un radicale e mistico cambiamento: le cresce un cazzo sul petto. Ed è proprio mentre se lo tocca per tentare di capire dove finisca, che incontra Stefano.
Stefano è un attore italiano, celebre per aver interpretato sé stesso in modi sempre più asmatici, e -dicono- inventore dell'enfisema a fini artistici.
Però c'è 'sto problema che a Stefano ci piace il cazzo.
Oh.
Lei ci prova.
Ma niente.

Ci piace. Solo. Il cazzo.

Allora Irene prova ripetutamente a saltargli con la vagina sulla testa. Purtroppo la testa di Stefano è resa pleonastica dal fatto che egli sia un famoso attore italiano; Stefano reagisce male, corre dal suo ragazzo, Zdenek, e si fa ammollare il culo qual carne frolla da cinereo maglio a motore. Lei si risente molto di questo, mentre il regista di quest'obbrobrio si masturba da dietro il monitor di regia.

Oh.
Scusate.

Irene è disperata. Chiama l'ex-marito, un uomo buono, comprensivo e altruista, ma affetto dalla bizzarra mania di farsi leccar via la ketamina dai testicoli da bambini eritrei. Il marito prova a consigliarla, ma lei è inconsolabile, o almeno così parrebbe se la scena non fosse un volgare tentativo del regista di avere più minutaggio del bambino eritreo mentre

Scusate.

A questo punto più o meno tutte le storie si reintrecciano. Entra in scena Maciste, un settantenne ancora garrulo, che ha tempo per il sesso nonostante dorma tre ore a notte e che ha combattuto più o meno contro tutti, con discreto profitto, soprattutto negli anni '60, ma anche adesso non scherza.

Maciste: "Grou!"

Irene:
"La vita è come un foglio disteso sulla mia pelle. Mi sento tramite il mio ignorarmi. Mi percepisco tramite le mie assenze. Mi dilungo tramite i miei ossimori. Ahimé. Tutti i miei demoni si sono ripresentati qui, nella mia vita di oggi, depauperata del"

Maciste:
"Te lo spezzo nel culo".

Irene:
"Intendevo esattamente questo".

Fine.
Ah, no.
C'è un'ultima scena in cui c'è pieno di orecchioni che si inculano.
Poi c'è un incapace, bolso, sciatto, retorico, vuoto, maldestro e vigliacco regista e autore di pura e sempiterna merda che si fa una sega adoperando per guanto un rullo di banconote di finanziamento statale.

Ecco, è questa la fine.

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6 commenti:

lo zio Giorgio ha detto...

Questo attacco frontale da una persona che reputavo amica mi riempie di dolore (l'incapace, bolso, sciatto, retorico, vuoto, maldestro e vigliacco regista sarei io, vero?).

Woland ha detto...

Questo attacco frontale da una persona che reputavo distinta da Ferzan Ozpetek mi riempie di dolore.

Lilith ha detto...

Non ho mai visto Ozpetek per pregiudizio, in realtà. Ma adesso che mi metti di fronte tal squisita ectopia ci farò un pensierino.

Woland ha detto...

Oddio, ho fatto un danno.

(La forza che vuole perpetrare il male e che è condannata a fare il bene, che si aspettava)

Lilith ha detto...

Non preoccuparti, che mai farebbe il bene se non esistesse il tuo male?

Anacronista ha detto...

Dopo un film di Ozpetek ho provato una strana sensazione che non ho mai saputo definire. Finalmente qualcuno ha dato voce a questa sensazione.